Scopri come la docuserie “Io sono notizia” ha ricevuto quasi 800mila euro dal Ministero della Cultura. È giusto finanziare con soldi pubblici un’opera destinata a Netflix?
“Io sono notizia”, la docuserie dedicata a Fabrizio Corona, ha fatto il suo debutto su Netflix lo scorso 9 gennaio, ma a far parlare non è solo il contenuto dei cinque episodi. A scatenare polemiche e perplessità è il retroscena economico: ben 793629 euro di fondi pubblici, erogati sotto forma di tax credit dal Ministero della Cultura, hanno contribuito a finanziare la produzione. Una rivelazione firmata dal quotidiano La Verità, che ha sollevato dubbi sull’utilizzo delle risorse statali per progetti destinati a piattaforme private a pagamento.
Una cifra non da poco, considerando che il budget complessivo della serie ammonta a circa 2,5 milioni di euro. Di questi, quasi il 32% arriva direttamente dalle casse pubbliche. Un’operazione che, sebbene perfettamente legale, fa storcere il naso a chi si interroga sull’opportunità di finanziare biografie mediatiche di personaggi controversi con soldi dei contribuenti.
Il meccanismo del tax credit: incentivo o terreno scivoloso?
Il credito d’imposta per la produzione audiovisiva è uno strumento ormai consolidato nel panorama culturale italiano. Introdotto per sostenere l’industria cinematografica e televisiva nazionale, consente alle case di produzione di recuperare una parte delle spese sostenute per realizzare opere considerate “di interesse culturale”.
Ma chi decide cosa è culturale? Il meccanismo prevede una griglia di requisiti tecnici, artistici e produttivi che premiano le produzioni realizzate con maestranze italiane, girate in location nazionali o legate alla storia e cultura del nostro Paese. Per i progetti televisivi o web, il credito può coprire fino al 30% dei costi, con un tetto massimo variabile.
E proprio qui si inserisce il caso Corona. “Io sono notizia”, prodotta dalla Bloom Media House, ha ottenuto il via libera al finanziamento rispettando i parametri previsti, ma resta aperto un nodo etico e culturale: è corretto finanziare una produzione incentrata su un personaggio così polarizzante? E soprattutto, è legittimo farlo quando il prodotto finale finisce su Netflix, una piattaforma a pagamento che non garantisce un accesso universale al pubblico italiano?
Un timing esplosivo
La docuserie arriva in un momento tutt’altro che tranquillo per Corona. Meno di un mese fa, l’ex re dei paparazzi è finito nuovamente sotto i riflettori per il caso “Falsissimo” legato ad Alfonso Signorini, che ha aperto ben due filoni di indagine a suo carico: uno per revenge porn, l’altro per estorsione e violenza sessuale. Un contesto già incandescente, reso ancora più scottante da questa scoperta sui finanziamenti pubblici.
Il tempismo con cui la docuserie è stata lanciata, quindi, solleva più di un sospetto: strategia commerciale o tentativo di “riabilitazione pubblica”? Sta di fatto che l’investimento pubblico in un’opera così controversa pone il Ministero della Cultura al centro di un dibattito molto acceso.
Il nostro punto di vista
Il tax credit è senza dubbio uno strumento prezioso per sostenere l’industria audiovisiva italiana, ma dovrebbe essere usato con rigore e criterio. Il caso Corona solleva interrogativi legittimi sull’equilibrio tra cultura e spettacolarizzazione, tra libertà artistica e responsabilità istituzionale.
È davvero questa l’immagine dell’Italia che vogliamo promuovere con fondi pubblici? Mentre tanti giovani registi faticano a trovare finanziamenti per progetti originali e di valore, una serie su un personaggio divisivo come Corona riceve quasi 800.000 euro dallo Stato. È forse giunto il momento di ridefinire con maggiore chiarezza cosa intendiamo per “interesse culturale”.
E tu, cosa ne pensi? È giusto che i soldi pubblici vengano destinati a produzioni come quella su Fabrizio Corona? Lascia un commento qui sotto e facci sapere la tua opinione.
UD News News e Anticipazioni Tv, Gossip, Fiction e Soap Opera