L’avvocato Ivano Chiesa denuncia la rimozione dei profili di Corona come un grave attacco alla libertà di parola. Un caso che fa tremare il web.
È successo tutto all’improvviso: i profili social di Fabrizio Corona sono scomparsi nel nulla, come cancellati con un colpo di spugna. Nessun preavviso, nessuna spiegazione pubblica. In poche ore, il blackout digitale dell’ex re dei paparazzi ha sollevato un polverone che va ben oltre il gossip, scatenando una bufera mediatica e accendendo un confronto spinoso su censura e libertà d’espressione.
A lanciare l’allarme, con parole taglienti come lame, è stato Ivano Chiesa, storico avvocato di Corona, che ha definito il gesto “gravissimo” sul piano democratico. Per lui, non è solo una faccenda di regole violate su Instagram o TikTok, ma un vero e proprio “atto di censura” senza passare da un tribunale. In altre parole, una condanna pronunciata da un algoritmo, non da un giudice.
“Giustizia privata”: quando le piattaforme zittiscono senza processo
Secondo Chiesa, non è accettabile che a decidere chi può parlare e chi no siano delle aziende private, protette da policy ambigue e filtri automatizzati. “Se un contenuto è diffamatorio o offensivo, ci sono strumenti legali ben precisi”, ribadisce. Ma saltare il passaggio in aula e passare direttamente alla rimozione di un profilo è, a suo avviso, un pericoloso cortocircuito tra giustizia e tecnologia.
E attenzione: non stiamo parlando di un utente qualunque. I profili oscurati erano seguiti da centinaia di migliaia di persone. Non solo vetrine personali, ma piazze digitali dove si discute, si provoca, si commenta l’attualità. E proprio per questo, Chiesa alza il tiro: “Oscurare questi profili significa tappare la bocca anche al pubblico, non solo a Corona”.
Nel frattempo, il caso ha acceso un’ondata di solidarietà. In tanti, anche tra i semplici cittadini, si sono schierati a difesa dell’ex fotografo dei vip. Per alcuni si tratta di una punizione esagerata, per altri di una preoccupante deriva autoritaria delle piattaforme, che ormai si comportano come censori in piena regola.
Chiesa sottolinea come questa vicenda vada letta in un contesto più ampio, in cui i social non sono più solo “contenitori”, ma veri arbitri dell’informazione pubblica. E quando il potere di spegnere una voce viene esercitato senza contraddittorio, senza spiegazioni trasparenti, allora – secondo il legale – non siamo più nel campo della moderazione, ma in quello del controllo.
Un campanello d’allarme per tutti noi
Non serve essere fan di Corona per rendersi conto della portata del problema. Se oggi tocca a lui, domani potrebbe toccare a chiunque osi esporsi in modo scomodo o non conforme. La libertà di parola online sembra sempre più fragile, in balia di decisioni opache e automatismi che sfuggono a ogni responsabilità.
Ecco perché, al di là del personaggio controverso, il caso Corona diventa emblematico. Non si discute qui della simpatia o antipatia per lui, ma del diritto – fondamentale e universale – di potersi esprimere, di essere ascoltati, di avere voce. Anche se quella voce è provocatoria, anche se infastidisce.
La mia opinione
Personalmente, credo che il vero rischio sia l’assuefazione. Cioè abituarci a queste sospensioni silenziose come fossero normali, giuste, inevitabili. Non lo sono. Perché ogni voce che si spegne senza processo, è una libertà che perdiamo tutti, un pezzetto alla volta. Servono regole chiare, servono garanzie. E serve che la giustizia torni a fare la giustizia, lasciando ai social il loro vero ruolo: quello di strumenti, non di giudici.
E tu che ne pensi? Si tratta di censura o di semplice moderazione? Partecipa al dibattito: lascia il tuo commento qui sotto!
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