Il primo episodio de La legge di Lidia Poët intreccia il misterioso omicidio della ballerina Adele Valery con la battaglia professionale della protagonista. Pietro Baiocchi viene accusato del delitto, ma Lidia non è convinta della sua colpevolezza e decide di approfondire il caso. L’indagine la porterà verso la famiglia Clermont, mentre una decisione della Corte d’Appello mette in discussione il suo futuro nell’avvocatura.
Il primo episodio de La legge di Lidia Poët mette subito la protagonista davanti a due battaglie molto diverse, ma destinate a intrecciarsi. Da una parte c’è un omicidio da risolvere e un uomo accusato di aver ucciso una giovane ballerina. Dall’altra c’è una questione che riguarda Lidia personalmente: il suo diritto a esercitare la professione di avvocata in una società che non sembra disposta ad accettare una donna in quel ruolo.
La serie Netflix, con Matilda De Angelis nei panni della protagonista, prende spunto dalla figura realmente esistita di Lidia Poët, pioniera dell’avvocatura femminile italiana. È però fondamentale distinguere fin dall’inizio la realtà storica dalla costruzione televisiva. La produzione viene infatti presentata come ispirata alla vera storia di Lidia, e non come una riproduzione rigorosamente biografica degli avvenimenti della sua vita.
Proprio questa libertà narrativa permette alla serie di affiancare alla vicenda professionale della protagonista una struttura da giallo. Nel primo episodio il caso centrale è quello dell’assassinio di Adele Valery, una ballerina la cui morte rischia inizialmente di essere attribuita alla persona sbagliata.
Adele Valery viene trovata morta
Siamo a Torino nel 1883. Lidia Poët è una giovane avvocata e si trova davanti a un caso particolarmente delicato quando Adele Valery viene assassinata.
Adele non è una figura marginale nel proprio ambiente. È la prima ballerina dei d’Angennes ed è inoltre promessa sposa del marchese Carlo di Clermont. La sua morte porta rapidamente gli investigatori a concentrarsi su Pietro Baiocchi, un uomo che sembrava perseguitarla.
Gli indizi e le circostanze sembrano quindi indirizzare il caso verso Pietro. Per chi conduce l’indagine, potrebbe apparire come la spiegazione più immediata: una giovane donna viene uccisa e l’uomo che la importunava diventa il principale sospettato.
Ma c’è qualcuno che non crede a questa versione dei fatti: la madre di Pietro.
Convinta che il figlio non sia un assassino, la donna decide di rivolgersi proprio a Lidia Poët, chiedendole di aiutarlo.
Lidia Poët non si accontenta della versione più semplice
Lidia accetta di occuparsi della difesa e comincia a osservare il caso da una prospettiva diversa.
È qui che il primo episodio definisce immediatamente una caratteristica importante della protagonista televisiva. Lidia non considera un’accusa sufficiente per stabilire la colpevolezza di qualcuno e non si limita alla ricostruzione che appare più evidente.
Il fatto che Pietro sembrasse perseguitare Adele costituisce certamente un elemento importante, ma per Lidia non basta a dimostrare che sia stato lui a ucciderla.
La giovane avvocata cerca quindi di capire cosa sia realmente accaduto ad Adele e, soprattutto, se esistano elementi trascurati capaci di condurre verso un’altra verità.
Il giallo diventa così molto più di una semplice indagine sull’identità dell’assassino. Attraverso il caso Baiocchi, la serie mostra il metodo di Lidia: osservare, dubitare e mettere alla prova ciò che gli altri sembrano già considerare certo.
E mentre cerca di salvare un uomo da un’accusa di omicidio, la protagonista viene colpita personalmente da una decisione destinata a cambiare radicalmente la sua situazione professionale.
La Corte d’Appello impedisce a Lidia di esercitare come avvocata
La battaglia più difficile del primo episodio, infatti, non si combatte soltanto attorno alla morte di Adele.
Lidia scopre che la Corte d’Appello considera illegittima la sua iscrizione all’Albo degli Avvocati. La ragione riguarda il suo essere donna.
La conseguenza è pesantissima: non può più continuare a esercitare autonomamente la professione per la quale ha studiato e che intende svolgere.
La decisione istituzionale introduce così uno dei conflitti fondamentali di La legge di Lidia Poët. La protagonista è chiamata a dimostrare continuamente le proprie capacità in un contesto nel quale il suo talento e la sua preparazione non sono sufficienti a garantirle gli stessi diritti professionali riconosciuti agli uomini.
Il paradosso diventa particolarmente evidente proprio durante il caso di Adele.
Mentre Lidia dimostra di avere l’intuito necessario per mettere in dubbio una ricostruzione apparentemente già definita, le viene contemporaneamente comunicato che non può esercitare come avvocata.
Enrico Poët diventa un punto di riferimento professionale
La decisione della Corte non significa però che Lidia sia pronta ad abbandonare la propria strada.
Non potendo più lavorare autonomamente come prima, si rivolge al fratello Enrico Poët. Lidia comincia così a operare come assistente nel suo studio legale.
Questa soluzione le permette di rimanere all’interno dell’ambiente professionale, ma non equivale affatto a un’accettazione passiva di quanto stabilito contro di lei.
Lidia, infatti, prepara un ricorso.
La protagonista vuole contestare la decisione che l’ha esclusa dall’avvocatura e cerca di riconquistare il diritto di esercitare.
La vicenda personale e quella giudiziaria finiscono così per procedere parallelamente. Pietro Baiocchi rischia di essere definito colpevole sulla base di una ricostruzione che Lidia ritiene incompleta; la stessa Lidia viene invece giudicata inadatta a esercitare una professione non per mancanza di capacità, ma perché donna.
In entrambi i casi, la protagonista si trova quindi a contestare una conclusione che altri hanno già stabilito.
I sospetti si spostano verso la famiglia Clermont
L’indagine sulla morte di Adele, intanto, continua.
Lidia raccoglie elementi che la portano a guardare con crescente attenzione alla famiglia Clermont. Un dettaglio assume particolare importanza: Adele non voleva più sposare Carlo di Clermont, l’uomo al quale era promessa.
Questo elemento apre una nuova direzione investigativa.
Se Pietro è stato inizialmente considerato il sospettato più ovvio a causa del suo comportamento nei confronti della ballerina, Lidia cerca invece di capire che cosa stesse accadendo nella vita privata di Adele e quali tensioni potessero essere collegate alla sua decisione di non portare avanti il matrimonio.
I dubbi della protagonista si concentrano progressivamente sui Clermont, ma sospettare non basta. Serve qualcosa che possa costringere il vero responsabile a commettere un errore.
È a questo punto che entra in gioco Jacopo Barberis.
Jacopo Barberis aiuta Lidia a preparare una trappola
Jacopo è un giornalista della Gazzetta Piemontese e collabora con Lidia a uno stratagemma pensato per mettere sotto pressione chi ha qualcosa da nascondere.
Il piano consiste nel far circolare una notizia falsa: sulla scena del delitto sarebbero state rilevate delle impronte digitali.
L’obiettivo non è semplicemente diffondere un’informazione, ma osservare la reazione di chi potrebbe temere che quelle presunte tracce conducano direttamente all’assassino.
La trappola riesce.
Durante una rappresentazione della Giselle, Lidia e Jacopo sorprendono dietro le quinte Ludovico di Clermont, padre di Carlo.
Il comportamento dell’uomo conferma che Lidia aveva ragione a non fermarsi alla prima versione del caso.
Ludovico di Clermont viene scoperto
Ludovico si trova dietro le quinte e sta cercando di eliminare le proprie tracce.
C’è inoltre un elemento decisivo: possiede la chiave della stanza nella quale Adele è stata assassinata.
Lo stratagemma organizzato da Lidia e Jacopo ha quindi prodotto esattamente la reazione che speravano. Credendo che le tracce lasciate sul luogo del delitto potessero incastrarlo, Ludovico si è esposto nel tentativo di cancellarle.
A quel punto viene scoperto e arrestato.
La conclusione cambia completamente la prospettiva iniziale sull’omicidio. Pietro Baiocchi, l’uomo accusato in un primo momento e considerato il responsabile più plausibile, non è il vero assassino.
Lidia è riuscita a mettere in discussione l’accusa iniziale e a orientare l’indagine verso chi si nascondeva dietro la morte della ballerina.
Pietro Baiocchi non era l’assassino di Adele
La soluzione del caso conferma il ruolo che la serie vuole attribuire alla protagonista.
Lidia non arriva alla verità perché accetta le conclusioni degli altri, ma proprio perché decide di verificarle.
Il comportamento di Pietro nei confronti di Adele lo aveva reso un sospettato credibile, ma la protagonista comprende che un sospetto non equivale automaticamente a una prova definitiva di colpevolezza.
L’indagine sulla morte della ballerina si chiude quindi con l’arresto di Ludovico di Clermont e con il superamento dell’accusa inizialmente rivolta a Pietro.
Ma la conclusione del giallo non risolve il problema più personale di Lidia.
Una donna capace di risolvere un caso ma esclusa dall’avvocatura
È proprio questo contrasto a dare forza al primo episodio.
Da un lato, Lidia contribuisce in maniera determinante a smascherare il responsabile di un omicidio. Dall’altro, la società e le istituzioni continuano a negarle il pieno riconoscimento professionale.
La contraddizione è evidente: i fatti dimostrano le capacità della protagonista, mentre le regole del suo tempo cercano di stabilire che il suo essere donna sia sufficiente a impedirle di esercitare come avvocata.
Il caso Adele Valery diventa quindi uno strumento narrativo per introdurre un tema destinato ad andare ben oltre il singolo delitto.
Lidia non combatte soltanto per i propri assistiti. Deve lottare per essere ascoltata, per poter utilizzare le competenze che possiede e per mettere in discussione un sistema che ha già deciso quale spazio possa essere concesso a una donna.
La legge di Lidia Poët tra fiction e storia vera
C’è però un aspetto che non deve essere trascurato quando si raccontano gli eventi della serie.
La legge di Lidia Poët utilizza una figura storica reale, ma costruisce attorno a lei un universo televisivo nel quale il giallo, il dramma e l’indagine assumono un ruolo fondamentale.
Per questo motivo non è corretto considerare automaticamente il caso di Adele Valery, Pietro Baiocchi, Ludovico di Clermont e gli altri sviluppi investigativi come episodi realmente appartenuti alla biografia della giurista.
Netflix presenta la serie come ispirata alla vera storia di Lidia Poët. Questa precisazione cambia il modo in cui deve essere interpretato ciò che vediamo sullo schermo.
La vicenda storica della pioniera dell’avvocatura femminile fornisce il punto di partenza, mentre la serie costruisce intorno alla protagonista una narrazione pensata anche per funzionare come racconto investigativo.
Perché il primo episodio definisce subito l’identità della serie
Il caso di Adele Valery permette quindi di capire immediatamente quale sia il meccanismo narrativo scelto per raccontare Lidia.
C’è un mistero, c’è un accusato che potrebbe non essere colpevole e c’è una protagonista determinata a cercare ciò che gli altri non hanno visto. Ma dietro l’indagine c’è una questione più profonda: il posto che una donna può occupare nella società dell’epoca.
La stessa Lidia che riesce a vedere oltre le apparenze viene considerata inadatta all’avvocatura semplicemente in quanto donna.
Il primo episodio mette così in parallelo due forme di ricerca della giustizia. Lidia vuole scoprire chi ha davvero ucciso Adele, ma allo stesso tempo vuole ottenere giustizia per se stessa e contestare la decisione che le impedisce di svolgere la propria professione.
La soluzione dell’omicidio chiude il primo mistero, mentre la battaglia professionale resta aperta.
Ed è proprio da questa tensione che prende forma il cuore de La legge di Lidia Poët: una protagonista che, oltre a cercare la verità nei casi che incontra, deve continuamente mettere in discussione i limiti che la società pretende di imporle.
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