GUERRA SOCIAL TRA SIGNORINI E CORONA: COINVOLTI ANCHE GOOGLE E META!

Il conduttore querela Google per non aver rimosso i video di Corona: una battaglia legale che tocca anche Meta e TikTok. Scopri tutti i retroscena.

Alfonso Signorini non ci sta. Dopo essere stato preso di mira nel programma Falsissimo di Fabrizio Corona, il conduttore e direttore di Chi ha deciso di passare al contrattacco. Ma stavolta, l’affondo non è diretto solo contro l’ex paparazzo: a finire sotto accusa sono addirittura Google Italia e Google Ireland.

Attraverso un comunicato ufficiale diramato dai suoi avvocati, Domenico Aiello e Daniela Missaglia, Signorini ha annunciato di aver sporto denuncia nei confronti dei colossi del web. Il motivo? Non avrebbero rimosso dai loro canali i contenuti video diffamatori pubblicati da Corona, nonostante le ripetute richieste formali. Secondo i legali, la condotta di Google sarebbe “gravemente omissiva” e avrebbe permesso la diffusione continua di materiale ritenuto offensivo, con una responsabilità che va ben oltre la semplice “inazione”.

Un’accusa pesante: complicità nella diffamazione aggravata

Le parole della difesa di Signorini non lasciano spazio a interpretazioni: i legali parlano di un’iscrizione a registro degli indagati per i rappresentanti legali di Google, con l’accusa di concorso in diffamazione aggravata e continuata. Secondo quanto riportato nella nota ufficiale, le risposte dell’azienda sarebbero state “tardive e ciclostilate”, una formula che lascia intendere una gestione burocratica e fredda del caso, senza un reale intervento per fermare la diffusione dei video.

Ma non finisce qui. L’offensiva legale è solo all’inizio: i legali di Signorini fanno sapere che iniziative simili sono già in cantiere contro Meta (quindi Facebook e Instagram) e TikTok. L’intenzione è chiara: inchiodare le piattaforme alle loro responsabilità e porre fine alla circolazione di contenuti ritenuti lesivi, che — secondo la difesa — amplificano il danno e agiscono da cassa di risonanza per le accuse di Corona, il quale deve anche rispondere di revenge porn.

Corona non ci sta: “In Italia la censura non esiste”

Ma se da una parte si parla di tutela della reputazione, dall’altra si invoca la libertà di parola. E Fabrizio Corona, da sempre abituato a cavalcare la tempesta, non è rimasto a guardare. Il giorno dell’udienza d’urgenza al tribunale di Milano, indetta per bloccare la messa in onda dell’ultima puntata di Falsissimo, il suo avvocato Ivano Chiesa ha risposto a tono: “Non puoi, in un paese libero come l’Italia, impedire preventivamente a qualcuno di esprimersi”.

Secondo la difesa di Corona, la richiesta avanzata da Signorini sarebbe priva di fondamento e aprirebbe uno scenario pericoloso, dove il diritto all’informazione e alla libera espressione verrebbe soffocato dalla minaccia di censura preventiva. “La libertà di pensiero e di stampa sono capisaldi della nostra democrazia”, ha ribadito l’avvocato, sottolineando come il tentativo di fermare Corona prima ancora che parli rappresenti una deriva autoritaria.

Scontro epocale o strategia mediatica? Il confine si assottiglia

In questo scontro che ormai si gioca su più fronti — tribunali, social, televisioni e media digitali — la vera domanda è: chi ha ragione? È giusto che una piattaforma come YouTube sia ritenuta responsabile per i contenuti dei suoi utenti, oppure la linea della libertà d’espressione va difesa a ogni costo?

Da un lato, è legittimo pretendere che l’onore e la dignità delle persone non vengano calpestati da contenuti diffamatori. Dall’altro, non si può ignorare il rischio di imbavagliare l’informazione o, peggio, di usare la legge come arma per silenziare critiche scomode.

A mio parere, la vicenda mette in luce un problema ben più ampio: la mancanza di regole chiare e condivise sulla responsabilità delle piattaforme. Fino a quando i colossi tech potranno decidere arbitrariamente se rimuovere o meno contenuti controversi, il confine tra diffamazione e libertà d’espressione resterà un campo minato. E forse è proprio qui che dovrebbe intervenire il legislatore, prima che sia troppo tardi.

E tu, da che parte stai? Pensi che le piattaforme web dovrebbero essere obbligate a rimuovere contenuti su richiesta, o credi che questo rischi di diventare un bavaglio alla libertà di parola?
Scrivilo nei commenti, voglio conoscere la tua opinione!

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