Fiorello attacca Rai e Mediaset: “Da vent’anni sempre gli stessi programmi in tv”

Fiorello riaccende il dibattito sulla televisione italiana con un intervento al Salone del Libro di Torino. Lo showman critica Rai e Mediaset, accusa i palinsesti di essere fermi da anni e cita programmi come Ballando con le Stelle, Amici, Tale e Quale Show e Sanremo. Poi riflette anche sulla fine del rito collettivo davanti alla tv.

Rosario Fiorello torna al centro del dibattito pubblico con parole destinate a far discutere. Durante il suo intervento al Salone del Libro di Torino, lo showman siciliano ha puntato il dito contro la televisione italiana, accusando in particolare Rai e Mediaset di proporre da troppo tempo gli stessi schemi, gli stessi programmi e le stesse formule.

Il tema non è nuovo, ma detto da Fiorello assume un peso diverso. Non si tratta infatti di una voce esterna al mondo dello spettacolo, ma di uno dei protagonisti più riconoscibili della televisione italiana degli ultimi decenni. Proprio per questo, le sue parole hanno riacceso una discussione che attraversa da tempo il piccolo schermo: la tv generalista ha ancora il coraggio di sperimentare?

Secondo Fiorello, la risposta sembra essere piuttosto chiara. Lo showman ha parlato di palinsesti sostanzialmente immobili, quasi bloccati in una routine che si ripete anno dopo anno. Nel suo intervento, con la consueta ironia tagliente, ha spiegato che da almeno vent’anni Rai e Mediaset continuerebbero a riproporre al pubblico gli stessi titoli, senza grandi cambiamenti.

I programmi finiti nel mirino dello showman

Fiorello non si è limitato a una critica generica. Nel suo ragionamento ha citato alcuni dei programmi più noti della televisione generalista italiana, da Ballando con le Stelle ad Amici, passando per Tale e Quale Show e arrivando persino a Sanremo.

La sua battuta è stata netta: il palinsesto del prossimo anno, secondo lui, sarebbe uguale a quello dell’anno in corso. Una frase che, pur pronunciata con tono ironico, contiene una critica molto chiara alla mancanza di rinnovamento.

Nel suo elenco, Fiorello ha messo insieme programmi molto diversi tra loro, ma accomunati da un elemento: sono format riconoscibili, consolidati, capaci di garantire ascolti e continuità. Ed è proprio questo il punto sollevato dallo showman. La televisione italiana, secondo la sua lettura, sembrerebbe preferire la sicurezza di ciò che funziona già al rischio di costruire qualcosa di nuovo.

“Cerco di non fossilizzarmi sui miei successi”

Fiorello ha poi spostato il discorso anche su sé stesso, spiegando di aver sempre cercato di non ripetersi. Lo showman ha ricordato di aver accettato sfide diverse e di aver provato a cambiare linguaggi, orari e modalità di racconto.

Tra gli esempi citati c’è anche la scelta di realizzare un programma alle sette del mattino, un esperimento che dimostra, almeno nelle sue intenzioni, il desiderio di non restare fermo ai propri successi passati.

Il messaggio è chiaro: per Fiorello, chi lavora in televisione dovrebbe provare a mettersi in discussione, anche quando ha alle spalle format vincenti e una carriera solida. Restare ancorati a ciò che ha funzionato può essere rassicurante, ma rischia di trasformarsi in immobilismo.

La nostalgia per la grande Rai del passato

Dopo la critica alla televisione di oggi, Fiorello ha aperto anche una riflessione sulla tv del passato. Ha ricordato la Rai dei grandi varietà, degli spettacoli costruiti con cura e dei protagonisti che hanno segnato intere generazioni.

Nel suo intervento ha citato nomi importanti come Renzo Arbore, Piero Chiambretti, Mina, Raffaella Carrà e Pippo Baudo. Figure molto diverse tra loro, ma legate a un’idea di televisione più artigianale, più pensata, più costruita intorno al ritmo, alla scrittura e alla presenza scenica.

Fiorello ha raccontato di essere cresciuto con il grande varietà della Rai in bianco e nero, sottolineando quanto quegli spettacoli fossero curati nei dettagli. Il suo non sembra solo un ricordo nostalgico, ma anche un confronto implicito con il presente: un tempo, secondo lui, la televisione dedicava più attenzione alla costruzione dello show.

Il pubblico è cambiato: “Non esiste più il rito collettivo”

La critica di Fiorello, però, non riguarda soltanto i programmi o le reti televisive. Lo showman ha riconosciuto che è cambiato anche il pubblico. Oggi gli spettatori sono più frammentati, meno disposti a seguire contenuti lunghi e sempre più abituati alla velocità dei social network.

Fiorello ha osservato che non esiste più il rito collettivo di una volta, quello in cui milioni di persone si ritrovavano davanti allo stesso programma nello stesso momento. Oggi, tra piattaforme digitali, contenuti on demand e social come TikTok, l’attenzione del pubblico è molto più difficile da trattenere.

Da qui una delle sue riflessioni più forti: oggi sarebbe complicato proporre un monologo di dodici minuti, perché dopo pochissimo tempo una parte degli spettatori potrebbe cambiare canale o scorrere altrove sul telefono.

Una riflessione sulla crisi creativa della tv generalista

Le parole di Fiorello si inseriscono in un dibattito più ampio sulla crisi creativa della televisione generalista. Da anni, infatti, molti osservatori accusano Rai e Mediaset di puntare soprattutto su format sicuri, volti conosciuti e programmi già rodati.

Il motivo è comprensibile: in un mercato sempre più competitivo, con ascolti divisi tra tv tradizionale, streaming e social, rischiare diventa più difficile. Eppure, proprio questa prudenza può portare a un impoverimento dell’offerta.

Fiorello sembra suggerire che la televisione non possa limitarsi a difendere ciò che ha già. Per restare viva, deve trovare nuove strade, nuovi linguaggi e nuove idee. Non necessariamente cancellando il passato, ma evitando di trasformarlo in una formula ripetuta all’infinito.

Una stoccata ironica, ma con un tema serio

Come spesso accade con Fiorello, la battuta fa sorridere, ma dietro l’ironia c’è un punto molto serio. Il suo intervento non è solo uno sfogo contro singoli programmi, ma una riflessione sullo stato della televisione italiana.

Da una parte ci sono format storici che continuano ad avere un pubblico. Dall’altra c’è la sensazione che il sistema televisivo faccia fatica a osare davvero. In mezzo, c’è uno spettatore cambiato, più veloce, più distratto e meno legato alle abitudini del passato.

Fiorello non offre una soluzione definitiva, ma pone una domanda scomoda: la televisione italiana vuole ancora sorprendere il pubblico o preferisce restare al sicuro dentro ciò che conosce già?

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